Freddo intenso, nebbia, ghiaccio, il presepio, Natale, la neve del ’56, il vestiario, il cibo; questi elementi definiscono il quadro di quegli anni di freddo scintillante, di freddo da geloni, e di freddo impenetrabile

Racconterò allora qualcosa giusto per dare il quadro di quegli inverni che hanno segnato l’esistenza di tutti e dei ragazzi in particolare per averne inciso la memoria

Sarà banale, ma l’inverno era il periodo freddo freddo, tanto freddo, si battevano letteralmente i denti e per coprirsi c’era poco

I ragazzini vestivano pantaloncini corti, che terminavano appena sotto il gluteo dove incontravano delle calzette di lana spesso rattoppata tenute su da una giarrettiera, in genere fatta in casa, munita di robusti elastici e grossolani bottoni, anche spaiati; i pantaloni lunghi erano per gli adulti, solo maschi, e per gli adolescenti, che cominciavano ad indossarli tra gli undici e i dodici anni; quando si indossavano per la prima volta i pantaloni lunghi, in genere di velluto marrone, ci si sentiva finalmente grandi

Gli adulti maschi portavano calzoni di panno o velluto spesso rattoppati, ma avevano un vestito da festa, un cappotto e una giacca tante volte rivoltati, chi poteva si attrezzava per bene con un buon tabarro, diffuso, ma non per tutti dato che occorreva tanto tessuto; non mancava il cappello di feltro, i calzini di lana fatti a ferri da donne abilissime a lavorare con i tre ferri, i guanti anch’essi fatti in casa, spesse delle manese, ossia dei guanti a mano intera tranne il pollice

Delle donne si capiva che portavano un numero elevato di sottane, dei corpetti e una pellegrina sulle spalle, oggi detta coprispalla fatta a ferri più o meno traforata, in testa un fazzolettone, nero per le più anziane, ciabatte poderose dette mule, mentre le scarpe le avevano una capace borsa in pezze di pelle per mettersele appena entravano nel sgrato per andare a messa; per tutti, nei lavori nei campi o nelle botteghe artigianali, zoccoli di legno

Vestiti così, con i calzoncini corti ( si vedono benissimo nei film del neorealismo) ai ragazzini non restava che correre come scalmanati o camminare a passo svelto per raggiungere al più presto un angolo di calduccio: anche le case infatti erano piuttosto fredde, la maggior parte delle famiglie aveva combustibili di scarso rendimento quali i torsoli di pannocchie, radici di canne di granoturco, fascine raccolte dalla potatura delle vigne, qualche pezzo di basi di “salgaro”, albero tozzo e piccolo tipico della bassa pianura padana; stava molto meglio chi poteva disporre di legno di robinia, di vite, faggio o rovere; il fuoco si faceva nel focolare e nelle stufe, le quali svolgevano diverse funzioni: fornivano calore in cucina, riscaldavano l’acqua, svolgevano funzioni cottura vivace e graduata, entro i cerchi, sulla piastra e nel piccolo forno, consentivano di asciugare panni tramite una raggiera di bastoncini di ferro agganciata al tubo del camino, arrivavano a profumare la casa mettendo delle scorze di mandarino sulla piastra, richiamavano i familiari per godere di un po’ di caldo; in alternativa, ma anche in aggiunta, c’era il focolare, col suo grande camino, la fuliggine che saliva, la catena per reggere il calderone sopra la fiamma libera della legna, la graticola per cuocere qualcosa e il suo calore piuttosto dispersivo perché con il focolare mentre ti scaldavi davanti ti gelavi la schiena, sicché bisognava ruotare ad intervalli regolari per bilanciare il riscaldamento corporeo; una cosa che molto attraeva i bambini era la calza della Befana, appesa alla cornice della cappa: la Befana veniva di notte calandosi dal camino e riempiva la calza di poche leccornie e qualche pezzo di carbone, quello vero, il carbon cock, perché la calza doveva premiare i comportamenti buoni e punire, sì, punire, i comportamenti cattivi; la calza naturalmente era una delle calze indossate per proteggersi dal freddo e che la sera i bambini toglievano prima di infilarsi nel letto

Già, il letto com’era? Beh, anche lì dipendeva dalle condizioni sociali: ci poteva essere la trapunta di lana o la trapunta di piuma d’oca, più frequentemente d’anatra, oppure coperte rattoppate, o un vecchio tabarro; per tutti vigeva una condizione: il riscaldamento d’ambiente era in cucina, in pochi casi nel salotto dei benestanti, per il resto la casa era fredda, comprese le stanze da letto, quindi si riscaldava il letto; due erano i modi: la vasca metallica di acqua calda avvolta in un asciugamano per non scottarsi i piedi o un suggestivo attrezzo, che in dialetto si chiamava mùnega, ossia monaca; nella mùnega si depositava un contenitore, ad esempio una veccia teglia o padella con delle braci; queste rilasciavano un magnifico tepore a godimento e riscaldamento delle gambe intirizzite che rapidamente solcavano le lenzuola; la mùnega era costituita da quattro listelle larghe intorno ai cinque cm. e lunghe un po’ più di un metro, che si congiungevano a coppie alle estremità formando una specie di ellissi; erano distanziate di una trentina di cm. e collegate tra coppia e coppia da due pianetti in legno , che andavano così a formare una vaga figura di monaca, di quelle monache con le grandi tonache abbondanti e un po’ panciute; il pianetto inferiore veniva ricoperto da un foglietto di latta o di una lamina zincata per evitare combustioni di lenzuola e materasso, quando non si trattava di pagliericcio

Magari fuori c’erano nebbia e ghiaccio: con la nebbia e le gelate il gocciolìo dei rami formava un accompagnamento ghiacciato spettacolare e al contempo spettrale, dava veramente il senso del rigore invernale: nebbia, gelo, ghiaccio, qualche luce fioca dalle finestre dato che non poche case avevano il lume a petrolio o erano semplicemente illuminate dalla poca luce delle fiamme del focolare; si formavano dei nebbioni impenetrabili tanto da trovarsi davanti per via un viandante intabarrato con scarponi o scarpe chiodate ai piedi e cappellaccio ben calcato in testa: un po’ di spavento, una rassicurazione e via, si proseguiva sin che non si raggiungeva casa

Capitavano anche le nevicate, a volte intense, come quella del ’56: chi scrive aveva poco più di sette anni anni all’epoca, ma tutti i costi voleva andare a scuola; bisognava farsi circa un chilometro e mezzo a piedi in un paesaggio del quale la neve, depositatasi a cavallette, aveva cancellato strade e fossi: la madre se lo prese per mano e con molto sforzo di entrambi lo scolaro arrivò alla sua amata scuola: eravamo in tre, più la maestra, arrivata da Padova con la littorina fino al casello e poi a piedi, anche per lei circa un chilometro e mezzo; in aula nella stufa in terracotta, maestosa e ben tenuta con le cinghie d’acciaio, la legna ardeva che era un piacere; sopra la stufa gli scolari deposero la loro mela per lo spuntino, si felicitarono con la maestra e non si mossero dalle vicinanze della stufa

Inverni duri, gelati e nebbiosi, ma anche goduti per le magie del Natale e della Befana: andavamo per salgari nei fossetti a raschiare muschio per preparare il presepio, con qualche legnetto si costruiva la capanna, su fogli di carta ricavati dai sacchetti del pane si disponevano prima il muschio e poi le statuine, qualche pezzetto di specchio infranto per simulare laghetti o corsi d’acqua, qualche spruzzata di farina bianca da polenta per immaginare la neve, niente illuminazione perché in tante case mancava addirittura l’elettricità, il presepio era fatto; non c’era e non si aspettava Babbo Natale, non sapevamo chi fosse, aspettavamo invece un piccolo dono del Bambin Gesù e così la mattina di Natale, appena svegli ci trovavamo sul comodino una matita nuova di zecca, un mandarino e, se andava bene, anche un bastoncino di liquirizia; per qualche dono meno austero si doveva aspettare la Befana, se c’erano i meriti e qualche moneta da spendere naturalmente

Il cibo di quei lunghi inverni: manzo pressoché inesistente, le vacche servivano per il latte, quindi tanto latte, gallina, cappone e faraona a Natale, maiale secondo disponibilità, capacità e risorse per allevarlo; del maiale si mangiava pressoché tutto; in fretta bisognava far fuori gli ossi bolliti, quindici-venti giorni di tempo, non di più, non c’erano i freezer mentre si disponeva di un ampio frigorifero fuori della casa e nei locali più freddi della stessa; il fegato si mangiava entro un paio di giorni, la trippa entro una settimana dopo averla lavata tante volte e con tanto aceto, cuore e rognoni entro pochi giorni; nel frattempo esperti del paese facevano salami e cotechini, che costituivano la maggior riserva di proteine per l’inverno; chi non aveva il maiale però poteva avere a disposizione cosce e petti di anatra e oca conservati nel strutto entro capaci vasi di vetro; l’usanza per la verità era ebraica, per gli ebrei era vietata la carne di maiale, ma poi si estese nelle campagne a tante famiglie, che trovavano conveniente, anche dal punto di vista della sostenibilità economica, allevare anatre e oche per poi infilarle nei vasi di conservazione in autunno: tradizione e abilità perse, cibo saporoso e molto ricco, assimilabile alle carni rosse; a casa della nonna paterna di scrive si faceva quasi sempre così

E chi non aveva niente? S’arrangiava con un po’ di erbe di campo e qualche furto di pollame e salami; qualche famiglia si trovava improvvisamente derubata di salami e doveva a sua volta ingegnarsi a rubacchiare qua e là per sopravvivere; con la bella stagione invece si riusciva a cacciare qualcosa e a pescare nei canali di bonifica che solcavano le grandi distese di campi trasformati da vallivi in arativi dalla bonifica benedettina del cinque e seicento

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